Goliardia

16602303_739695849520022_4307433365092199475_o

Tentare di spiegare cosa sia la Goliardia è impresa assai ardua se non impossibile. Potremmo dare infinite definizioni, non necessariamente tutte sbagliate, ma non per questo tutte giuste; e ciò perché, in fin dei conti, la Goliardia è un concentrato di esperienze personali ed ogni tentativo di ricondurla ad una definizione sarebbe estremamente soggettiva. Però possiamo provare a dire chi sia il Goliardo e quali tratti debba necessariamente possedere: deve avere, innato, il gusto dello sberleffo e, al tempo stesso, la capacità di non sfociare nella villania; il piacere della compagnia, anzi, del tumulto di folla variopinta; l’indipendenza di pensiero di un anarchico congiunta al rispetto per la tradizione di un militare prussiano; il disincanto di Weber misto all’ingenuità di un fanciullo; le capacità dialettiche di un retore ateniese mischiate all’incommensurabile piacere di restare senza parole di fronte al bello; il tutto condito dall’autoironia e dalla incapacità di prendersi troppo sul serio di un grande comico.

Goliarda è colui che, pur consapevole dei doveri e delle responsabilità che il futuro ha in serbo per lui, non per questo si abbandona all’ansia e gode, finché possibile, del presente, come chi affronta un lungo viaggio, ma lo fa cantando un’allegra strofa.
Odia chi vuole imporre il proprio Dio ed allo stesso modo chi vuole impedire di averne; non tollera chi divide il mondo in categorie e chi giudica un Uomo da altro che non sia la sua Conoscenza; non sopporta chi distrugge ciò che qualcun altro ha tribolato per costruire.
È innamorato della compagnia perché sa che la solitudine raramente migliora gli uomini e la crescita di sé stessi è possibile, realmente, solo all’interno di un gruppo.
È innamorato, anzi, assetato, soprattutto, di sapere, non solo di quello appreso dalla lettura di un testo scolastico, ma in ogni modo possibile, nelle discussioni con altri fratelli goliardi, nelle lezioni tenute da un illustre Maestro, sui banchi dell’Università come sui tavolacci di qualche osteria.

Ecco, un Goliarda è tutto questo e molto altro ancora: un blend di genialità ed incoscienza, fantasia ed intolleranza, il tutto infuso nello spirito di chi si avvia ad affrontare la vita.
Ed allora, perfettamente aderenti, risuonano le parole della definizione di Goliardia stilata tra il 6 e l’8 Aprile del 1946, per molti di noi un punto di riferimento imprescindibile:

“Goliardia è cultura e intelligenza, è amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola di oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita, alla luce di un’assoluta libertà di critica, senza pregiudizio alcuno, di fronte a uomini ed istituti.
È infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere Università di scholari.”

La Goliardia dunque è fatta di eccessi e di antinomie: rigidamente gerarchica, è in realtà una burla del potere, poiché le uniche cose che il Goliarda realmente rispetta sono l’intelligenza, la fantasia, l’abilità dialettica e la capacità di ridere di tutto ed, in primo luogo, di sé stessi.
Goliardia, a Bologna, è anche amore smisurato per la città che ci ospita – quando non ci ha visti nascere – per la sua storia, per la sua gente; è rispetto per le sue strade, per i suoi portici, per i suoi magnifici palazzi e per le sue tradizioni millenarie.

Che Bacco, Tabacco e Venere non smettano mai di benedire la Turrita, inondandola dei loro doni; e che possano i canti dei Goliardi che di notte tornano a casa tenere compagnia ai Bolognesi per mille anni ancora.